Fragolino: il vino che non c’è

 

Leggere l’etichetta di una bottiglia di vino è quanto di più semplice ci possa essere; le principali informazioni riportate sono i dati sul produttore/imbottigliatore, area e stato di produzione, grado alcolico, volume netto, annata, lotto di imbottigliamento, allergeni e, dal 2023, ingredienti, dichiarazione nutrizionale ed etichettatura ambientale, fermo restando che l’informazione più importante resta la denominazione di vendita (categoria merceologica): vino, spumante, vino frizzante, etc.

Ebbene, sarà proprio quest’ultima voce a stupirci se parliamo delle bottiglie che si trovano in enoteca e che riportano in etichetta la dicitura Fragolino: contengono vino (di qualunque varietà) aromatizzato con sciroppi, melasse o altri prodotti, per cui la Denominazione di Vendita non può essere “vino” bensì “Bevanda aromatizzata a base di vino”; non si tratta, quindi, di vino prodotto con uva fragola! E ciò perché, per la Legge italiana, il vino prodotto con «uva fragola» non può essere commercializzato in quanto tale.

Ma trovandoci nella Rubrica delle curiosità non possiamo far altro che farci una domanda: perché? Per rispondere a questa domanda, però, è necessario tornare indietro nel tempo, perché nel XIX secolo accade qualcosa che sconvolge la viticoltura mondiale: dall’America arriva in Europa la Fillossera, un insetto che attacca le viti europee (quasi tutte appartenenti alla specie Vitis Vinifera) e, tra il 1870 e il 1950, distrugge gran parte dei vigneti del vecchio continente, risparmiando solo alcune piccole enclave vitate su terreni sabbiosi o in quote elevate (dove le caratteristiche del terreno e il freddo non sono adatte alla sopravvivenza e alla diffusione di questo insetto).

Gli studi agronomici dell’epoca permisero di comprendere che le viti selvatiche americane (Vitis Riparia, Vitis Berlandieri, Vitis Rupestris e altre) erano resistenti alla Fillossera, perciò i pregiati vitigni europei finirono per essere soppiantati dalle viti americane, che però producevano vini di pessima qualità. Fra le viti americane arrivate in Europa, c’era anche la Vitis Labrusca che produceva uva fragola (così chiamata per il sapore), battezzata uva Isabella, in nome della regina Isabella di Castiglia, da Cristoforo Colombo che gliel'aveva portata in dono dal nuovo continente.

Per migliorare la qualità del vino, vennero compiuti esperimenti di ibridazione tra le viti americane e quelle europee (chiamati ibridi produttori diretti); tra i più noti di questi ibridi ricordiamo il Clinton, e il Noah (o Fragolino Bianco), ma i risultati furono scarsi: i vini ottenuti erano di scarsa qualità e avevano un alto tenore di metanolo (alcol metilico), una sostanza molto tossica per l’organismo umano (come hanno dimostrato gli avvelenamenti e le intossicazioni avvenute nel 1986 in Italia a causa di un’adulterazione fraudolenta del vino con il metanolo, da parte di un’Azienda del Cuneese che ha provocato 23 decessi e oltre 150 intossicazioni con danni neurologici permanenti).

Solo quando ci si rese conto che la Fillossera attaccava solo l’apparato radicale della Vitis Vinifera, per ritornare a produrre i pregiati vini europei, si cominciò a produrre barbatelle innestate e pronte per l’impianto, innestando ogni singola vite sull’apparato radicale di una vite americana (chiamata pertanto piede portainnesto), utilizzando le marze (tralci con gemma) delle viti europee che erano sopravvissute al flagello della Fillossera (che non necessitando di essere innestate furono chiamate di piede franco).

Iniziò così una inversione del processo che nel frattempo aveva portato alla “colonizzazione americana” dell’Europa, ma questa inversione di tendenza si rivelò molto lenta, in quanto i viticoltori continuarono a preferire gli ibridi produttori diretti (di facile coltivazione), alle costose barbatelle e, per forzare il processo di reimpianto dei vitigni tipici dei vari territori, negli stati europei si cominciò a legiferare.

In Italia, nel 1931 fu vietata “la coltivazione dei vitigni ibridi produttori diretti”, e successivamente, nel 1936, il divieto di coltivazione fu esteso anche al vitigno Isabella (che  produce l'uva fragola) ammesso, con dei limiti, solo per la produzione di uva destinata al “consumo diretto” (senza tuttavia indicare cosa si debba intendere esattamente con consumo diretto).

Nel 1965 venne stabilito il divieto di vinificare uve non prodotte da vitis vinifera, ma la legge N. 207 del 1966 correggeva il tiro vietando la produzione di vino da uve provenienti da vitigni diversi dalla Vitis Vinifera “allo scopo di commercializzazione”, e riservando il termine «vino» esclusivamente al prodotto della vinificazione delle uve di Vitis Vinifera.

Tutte le successive norme italiane, così come le direttive comunitarie a tutt’oggi in vigore, non hanno modificato, di fatto, lo stato delle cose.

Insinuandosi nelle pieghe della Legge, pertanto, se ne desume che è possibile coltivare uva fragola e produrne mosto, potendone chiamare il prodotto della fermentazione “bevanda a base di uva fragola” (o più semplicemente “fragolino”), purché non venga venduto; l’«autentico Fragolino», infatti, è come l’amore: non si può comprare.

Per fortuna non è vietato regalarlo!

Francesco Bellitti

 

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